"Un po' di riposo quassù mi rimetterà a posto, la quale potremo ritornare presto alla nostra missione spirituale".
E lo disse seriamente, e davvero quel "la quale" gli pareva che valesse più di tutti i discorsi di Cicerone messi in fila.

G. Guareschi "Don Camillo"







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martedì, 26 agosto 2008
postato da: ilreporter alle ore 10:36 | Link | commenti (5)
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venerdì, 21 dicembre 2007

    

 

Non mi curavo d'altro, ormai, che di tornare subito là. Volevo arrivare a tempo, almeno, a dire a N. poche ultime parole, se ancora essa poteva sentirmi per un istante. Quali parole sarebbero state, m'era impossibile predirlo: forse fidavo in una ispirazione estrema, in una specie di capriccio improvvisato, così sublime da riscattare, in un'unica frase, tutte le parolacce e altre fandonie che le avevo detto; e da bastare quale spiegazione fra me e lei, per l'eternità! Correvo, difatti, verso il nostro castello, come se, per me e per lei, una eternità fosse in gioco: e fosse custodita proprio dentro quella frase misteriosa, gentile, che ad ogni costo io dovevo dirle, almeno davanti alla morte. … sebbene, in quell’ultimo tratto di strada, di tutte le parole esistenti non ne ricordassi che una: Nunziatella.
Ripetevo dentro di me questa parola Nunziatella con lo stesso ritmo disperato dei miei passi. E tutto il resto era oscurato, non udivo né vedevo più nulla. Rammento che i prati sotto casa nostra, nel passare, non mi si mostrarono com’erano: mi sembrò di attraversare una specie di piazza enorme, rovinata e forestiera. E insieme, ebbi la sensazione che, se N. fosse morta, io qua sull’isola e anche fuori, per qualsiasi parte me ne andassi, non avrei più trovato che quella miserabile piazza di calcina, ferro e pietre: senz’anima né pensiero per me.
Il portoncino era aperto, e il lume acceso nell’androne, com’io li avevo lasciati uscendo. Appena fui sulle scale, udii dal piano di sopra, il gridare di una creatura appena nata. La voce di lei non s’udiva più. E, arrivato alla soglia della stanzetta, vidi, per prima cosa, lei, di spalle, stesa immobile sotto le coperte… Pensai: “E’ finita!” e credo che la mia faccia divenne terrea, mi sentii mancare i ginocchi. In quel momento, il pianto della creatura, che aveva coperto il rumore dei miei passi, si quietò un poco, ed essa dovette avvertire la mia presenza. Levò appena appena la testa, girandola verso di me: era pallida, ma viva! E un sorriso di segretezza e allegria favolosa le trasfigurava la faccia:
- Artù! - mi disse, - è nato! è nato, Carminiello Arturo!

                                                                                    Elsa Morante  “L’isola di Arturo”

postato da: ilreporter alle ore 10:43 | Link | commenti (16)
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mercoledì, 14 novembre 2007

Qualche anno fa, per l’esattezza nel 1999, lessi sul Corriere della Sera una recensione accattivante di Giulio Nascimbeni, giornalista dal cuore rossonero che ho sempre amato in modo speciale. Parlava di un libro “piccolo, bellissimo, incantevole” di Mario Rigoni Stern (il mio, e non soltanto mio, carissimo Sergente nella neve). Il libro era (è) “Inverni lontani”. 44 pagine “colme della grazia che emana soltanto dalla fedeltà ai luoghi amati e dalle consuetudini del cuore”.

Era tutto vero. "Inverni lontani" è una poesia di 44 pagine, e per darvene un’idea vi dico come finisce.

 

 “La neve verrà leggera come piccole piume d’oca, soffermandosi prima sugli alberi, quindi filtrerà tra i rami posandosi infine sui cortinari gelati, sugli arbusti di mirtillo, sul muschio come velo di zucchero su una torta. … Il bosco sarà immerso in un tempo irreale e io andrò a camminarci dentro come in sogno. Molte cose mi appariranno chiare in quella luce che nasce da se stessa.

Verrà, verrà il caro scricciolo sulla catasta di legna ad annunciarmi la prima neve come quando ero ragazzo con il suo tictictic ripetuto più volte, e il suo campanellino nascosto nella gola si sentirà lassù dove le nuvole compatte e bianche aspettano il segnale.”

 

Basta.

In poche righe c’è l’eternità di mille inverni, tutti uguali, tutti diversi. La poesia è compiuta.

 

Passano gli anni (sonottoesonlunghi) e nell’estate del 2007 compro un nuovo libro del Sergente Stern: si intitola “Stagioni”. E qui accade l’imprevisto; quello che non ti aspetti da un simile gigante della letteratura italiana; quello che succede solo nei seguiti delle fiction televisive di Rivombrose figlie e nipoti…  Mario Rigoni Stern ri-scrive il suo inverno, semplice, leggendario e incredibilmente poetico. E lo ri-scrive così:

 

“A segnalare l’arrivo dell’inverno, da sempre, è per primo lo scricciolo che si avvicina alle case degli uomini. E’ il più piccolo degli uccelli europei, un batuffolo raccolto di piume brune con fini striature più scure e una piccola e breve coda portata sempre all’insù. Il suo richiamo è come un leggero tocco su un campanellino d’argento: è con questo che chiama la neve.

Il suo nome lo denota così antico che certamente la sua presenza faceva compagnia agli uomini nell’età della pietra: Troglodytes troglodytes; da noi in cimbro lo chiamiamo rasetle che vuol dire nervosetto o, anche, furiosetto; per i tedeschi è il Re delle siepi. Arriva dal bosco a fine novembre o a dicembre, si fa vedere e sentire furtivo e domestico tra le cataste di legna dove si introduce alla ricerca di ragni o mosche. Così lo ricordo sin dalla mia lontana infanzia e subito, dopo di lui, giungerà puntuale la neve dai monti a nord: leggera e secca, uno spolverio su boschi e case; ma se da est, abbondante da bosco a bosco a coprire le erbe secche e il muschio, i cespugli, vestendo di bianco gli alberi: tutto diventerà nuovo, irreale e misterioso.”

 

Dice le stesse, identiche cose, però… le trasforma in prosa, didascalica, ornitologica, meteorologica… in una parola (forse un po') banale.

Ma (perdonami se te lo dico) il bello delle tua poesia è proprio che non la devi spiegare.

“La tua luce”, Maestro Rigoni, “nasce da se stessa”. 

“Giuanin che torna a baita” non ha bisogno di traduzioni.

A che ti è servito spiegare con Linneo quel fantastico “campanellino”?

 

 

g.c. 

 

postato da: ilreporter alle ore 17:12 | Link | commenti (2)
categoria:inverno, rigoni stern
lunedì, 12 novembre 2007

Una domenica mattina. Domenica di sole, a passeggio tra le mille bagattelle di un mercatino di piazza, di quelli che con notevole audacia vengono definiti di antiquariato.
Pigramente frugo tra le vecchie carte di un banchetto senza pretese. Il vecchio "Antiquario" chiacchiera di tempo e di mali di stagione con una signora dai terribili capelli rosso ciliegia.  Mi ritrovo tra le mani una busta, fragile come una foglia avvizzita, di color viola o forse grigio, via aerea, per l'Africa Orientale. E' leggerissima, sembra vuota. E invece nasconde un foglietto ripiegato, di carta velina (ah, stupore). Lo tiro fuori quasi di nascosto. E' così diafano e impalpabile che temo possa disintegrarsi tra le mie dita. Leggo velocemente "Carissimo Adolfo" (?!), poi si capisce poco e niente, l'inchiostro sbiadito dei due lati della lettera si fonde sulla velina, e rende tutto confuso. Leggo ancora "guerra d'Africa" e poi "il rifiuto del Negus", poi basta. Ma confidando nelle capacità taumaturgiche di scanner e photoshop, rimetto la lettera nella busta e chiedo il suo prezzo al venditore, proprio mentre la signora in rosso stava infervorandosi sul tema del nervo sciatico.
Un euro, era il prezzo da pagare alla curiosità.

                                                                      Roma 15 - 12- 1935

 

 

Carissimo Adolfo,

Ho fatto ingrandire quella tua fotografia (...)

 i piedi, con le maniche rimboccate: è uscita meravigliosamente (...)

fiero su uno sfondo selvaggio; l'aspetto è ottimo, indica forza, entusiasmo.

La situazione politica per la guerra d'Africa è venuta ad un punto decisivo:

l'Inghilterra, sotto la pressione della Francia, si è decisa a fare delle

proposte di concessioni territoriali ed economiche all'Italia, concessioni

che, data la loro grandezza di fronte a quelle di qualche mese fa, dimostrano

come la causa dell'Italia si sia imposta anche sull'ego inglese.

Le basi dell'accordo (di cui ti mandiamo il testo) sono sotto esame

da parte del Duce, e sono già state respinte dal Negus il quale trova

assurdo che siano fatte concessioni all'aggressore.

Dato il momento politico, dato pure questo primo rifiuto del Negus,

io sono quasi sicuro che Mussolini accetterà di incominciare a

discutere le basi proposte, non fosse altro che per spuntare

le lance all'Inghilterra ultra sanzionista.

A tutti i modi qua la reazione contro le sanzioni è energica e sentita

da tutti: in un certo senso le sanzioni fanno bene all'Italia perché la

vengono a sottrarre a quell'odiosa schiavitù, cui essa stessa si era

sottoposta acquistando molti prodotti stranieri per snobismo.

Nessuna miniera ha mai dato tanto oro quanto il popolo italiano in questi

giorni. I 18 le spose italiane depositeranno le loro fedi all'altare della

Patria ed avranno in cambio un anello d'acciaio. Il Marco Aurelio commenta:

Beati i mariti italiani. Le loro mogli hanno la fede d'acciaio.

 

Con affetto ti abbraccio. Tuo Gastone

 

postato da: ilreporter alle ore 11:36 | Link | commenti (1)
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giovedì, 25 ottobre 2007

La gatta sotto casa (bella, ruffiana e falsa come da tradizione felina) non è affatto frettolosa. E' vero che si accoppia piuttosto frequentemente - anche tre volte l’anno - ma, quando ciò accade, essa fa tutte le sue cosine con calma e dovizia.

Selezionati con la massima cura i suoi amanti stagionali, cerca di lasciare in ciascuno dei prescelti la sensazione inebriante di essere stato unico e speciale. E così, per non deluderli, ad ogni sfornata mette al mondo una variopinta tavolozza di gattini arcobaleno, sani, forti e... dalla vista perfetta.

Stavolta sono sei, così equamente distribuiti:

due neri striati di grigio, due tigrati rossicci e due bianchi e neri (questi ultimi straordinariamente belli, dal pelo folto e setoso e davvero simili a cuccioli di panda).

Fino a pochi giorni fa erano tutti micetti, più che ferali, scontrosi. Se provavo ad avvicinarli soffiavano e fuggivano. E’ bastata una scatola di croccantini “prima infanzia” a convertirli.

Ah, cosa non si farebbe per un posto fisso e un pasto sicuro…!

Adesso mi aspettano al cancello, quando torno a pranzo. Devo fare attenzione a non calpestarli mentre cammino, e qualcuno di essi, per non rischiare di perdermi per strada, si aggrappa ai miei pantaloni.

Ieri, uno dei due piccoli panda, sgattaiolato dentro casa, mi ha fatto chiaramente capire (con deprecabili moine) che gli sarebbe piaciuto rimanere con me, mentre lavoravo al computer. E io, che i gatti, confesso, non li amo granché, intendevo cacciarlo fuori immediatamente: così ho preso in mano con decisione quella pallina soffice bicolore.

Ma ho commesso l'errore di adagiarla un attimo sulla scrivania...

Per un po’, l'amabile pallina ha inseguito il puntatore del mouse sullo schermo, ma si è stancata subito di questo nuovo gioco. Allora, seguendo un suo piano (sicuramente predeterminato, e subdolo) l'infingarda pallina ha attraversato con soave leggerezza le lettere della tastiera e si è accoccolata infine sulle mie gambe. Così che per un’ora ho continuato a scrivere e disegnare, trattenendo quasi il respiro, per paura di svegliarla.


g.c.

 

postato da: ilreporter alle ore 11:40 | Link | commenti (5)
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lunedì, 18 dicembre 2006



La neve, voglio crederla capace
di venir giù a sorprenderci che è sera.

Voglio vederti ridere di luce,
accarezzarti il volto,
e sussurrarti che ti voglio bene.

Buon Natale

rep

 

postato da: ilreporter alle ore 17:59 | Link | commenti (49)
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venerdì, 07 luglio 2006


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lunedì, 03 luglio 2006

 

Quanto sei bello Totti martedì sera,
quanno l'arancia rosseggia ancora
sopra lo stadio
e li tedeschi se ne andranno via…

Io sono nato in una casa colonizzata da milanisti. Ricordo che c’erano copie  di “Forza Milan” persino nel cassetto delle posate sotto il tavolo. Posso dire di essere cresciuto a pane e Rivera.  Io nascevo, lui esordiva con l’Alessandria, infliggendo per altro un sonoro tre a zero al mio e a quello che sarebbe presto divenuto il "nostro" Milan.

Crescendo, all’oratorio, da ragazzo, in effetti volevo essere Novellino, però la prima volta che vidi il grande “capitan Rivera” dal vivo (amichevole Italia – Germania all’Olimpico, 1974) rimasi per un buon primo tempo privo della facoltà di emettere vocalizzi. Al suo ingresso in campo (e non era la “sua” Milano!) lo stadio intero esplose in un boato e in un vero e proprio artificio di flash. Finalmente potevo smettere di sognarlo e basta: Lui era lì! Gianni Rivera non toccava terra: volava sul tappeto d’erba, leggero – direbbe Jorge Amado – come una poesia.

Francesco Totti gli somiglia assai. Certo non fisicamente: Rivera era un “abatino” delicato, Totti è un pupone ben nutrito. Ma la classe purissima e cristallina che li accomuna nelle giornate di grazia è lampante e accecante come la luce di quei flash di un giorno lontano. Entrambi possiedono il dono di un paio di occhi supplementari, dietro la testa. Non hanno bisogno di voltarsi per sapere, sempre, con assoluta precisione, dove indirizzare la palla e a chi.

Adesso tocca a Francesco, tocca a lui portare i nostri sogni italiani ancora più in alto, leggeri, come poesie.

Italia – Germania… quanti ricordi! L’incontro del 1982, quello che ci laureò campioni del mondo, l’ho vissuto in casa dei nostri avversari. Ero in Germania da tre mesi, per una – come dire – giovanile esperienza di vita; avevo imparato con estrema facilità il “tedesco” delle telecronache (dicono tutti le stesse cose, sotto qualunque latitudine), e nel frattempo ho avuto modo di scoprire l’assoluta sportività dei tedeschi (non so se ad oggi le cose siano cambiate). Convinti realmente di essere una razza superiore, essi non riuscirebbero ad accettare una vittoria “sporca” nemmeno se regalata.

Durante la finalissima, il telecronista era terrorizzato dalla velocità di Paolo Rossi: “Mein Gott… ist schnell!”, e si mostrò in effetti, per tutta la durata dell’incontro, scarsamente convinto delle possibilità dei suoi conterranei.

Al terzo gol poi, quello di Altobelli, disse qualcosa… disse delle parole incredibili che non avrei mai creduto possibile ascoltare da parte di un telecronista “nemico”: parole che ancora oggi ricordo alla perfezione.

“E’ meraviglioso! Lo stadio è un mare azzurro e tricolore. Non ho mai visto niente di simile. Questa è la festa dell’Italia e degli italiani. Forza Italia!”

Beh, avete presente quegli anziani signori dell’Italia più povera? quelli che lavorano in Germania, nascosti nelle cucine dei ristoranti alla moda? quelli che stanno lì da una vita e non hanno mai fatto fortuna? quelli che sembrano macchiette dei film di Manfredi? quelli che ogni mese mandano tre quarti dello stipendio alla famiglia, giù al paesello; e che nonostante l’età non smettono di lavorare perché nel profondo sud c’è ancora e sempre bisogno dei loro soldi? li avete presenti?...

Io li ho visti, dopo quelle parole del telecronista. Li ho visti dal vero: così come ho visto Gianni Rivera. Erano in ginocchio, sotto il televisore, a piangere di gioia incontenibile dentro un ristorante stracolmo di tedeschi, che li applaudivano. Non sto scherzando: i tedeschi, in piedi, applaudivano loro! E lo facevano con enorme rispetto e con un sorriso educato negli occhi.

Mi sento fortunato, perché sarà difficile assistere di nuovo a qualcosa di così toccante.

 

Il giorno successivo decisi di tornarmene a casa, in Italia. Avrei trovato un paese in festa e l’intera rete ferroviaria pavesata d’azzurro a destra e a manca.

Alla stazione di Bonn, stavo per salire sul predellino del treno quando scorsi un sorriso alle mie spalle. Con gli occhi supplementari. Senza guardare. Come fa Francesco Totti.

Lei aveva i capelli lunghi e dorati, e un aspetto delicato e gentile. Forse aspettava qualcuno, o forse no. Io le "risposi" con un ciao, mentre già il fischio annunciava la partenza. Lei mi sorrise ancora una volta e poi mi salutò con la mano e: “auf wiedersehen - disse - weltmeister” – Arrivederci, campione del mondo.

 

Sono passati più di vent’anni… Ti prego France’: mo' tocca a te: regalaci un’emozione grande! E fajelo 'sto cucchiaio!

 

 

 

' Na carrozzella vaa co du' stranieri…

 

 

g.c.

su moltomondiale.it

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mercoledì, 28 giugno 2006

Orso Sandrino era soltanto un cucciolo spaurito in fuga da un bracconiere, quando fu trovato senza madre e venne salvato dagli uomini di razza buona. A Orso Sandrino non importa granché del nome che è stato scelto per lui; non sa di portare il nome di un Presidente importante e amato; e tuttavia gli è sempre suonato bene quel... Sandrino…

Avendo imparato a conoscere gli animali uomini e a convivere con loro, non ha mai saputo cosa, esattamente, ci si aspetti che un orso selvatico faccia per sopravvivere.
E così, Orso Sandrino passa le sue giornate in una dolce collinetta recintata, con tanto di bosco, angoli nascosti, punti di vedetta e rocce selvagge, a pochi passi dalle case dei suoi amici uomini.

Orso Sandrino non sopporta la solitudine. Qualche anno fa gli uomini decisero di trovargli una compagna. Scelsero Yoga: un’orsetta dispettosa che aveva preso il curioso vizio di rubare le merende dei villeggianti nel Parco (regalando loro, in cambio, la possibilità, invero assai preziosa, di portare a casa una insperata fotografia dell’orsa golosa).
Sarà pure che siamo strani, o antiquati, ma da noi neppure il più imbecille tra gli amministratori avrebbe immaginato di sparare a una Yoga curiosa che prova ad avvicinarsi a un profumato timballo domenicale o ad un’arnia di succoso miele.

Purtroppo il rapporto tra i due orsi non si è rivelato dei più idilliaci. Vivono insieme sì, ma solitamente se ne stanno separati, ognuno per conto proprio, ai versanti opposti della collina.  Yoga è timida e riservata; Orso Sandrino, invece, aspetta che arrivino gli uomini. E’ la loro compagnia che brama.

Passeggia vicino la rete, continuamente, quasi meccanicamente. E tira respiri profondi mentre cammina sulle sue zampone; e ogni tanto sbuffa. E quando qualcuno sale sulla collina per incontrarlo, allora non gli stacca gli occhioni di dosso. E se gli portate una mela ve lo farete subito amico.

Non credo che Orso Sandrino sia felice. Ormai è grande: sa bene di essere libero a metà della metà. Sa anche di essere un’attrazione per gli increduli bambini delle scuole, e per quei vacanzieri da grigliata mista che rimarrebbero delusi da un Parco Nazionale dove “non si vedono gli animali”; e magari anche per quegli stessi pirloni d’oltralpe e no, che amano tanto la natura purché questa se ne stia chiaramente al suo posto, e “non si azzardi mai ad avvicinarsi troppo alla casetta mia!”; e infine per quei cosiddetti giornalisti che prima si infiammano nel seminar terrore tra la gente di Baviera e poi si affrettano a rivelarne lo sconcerto e il "profondissimo dolore"...

Ma in fondo è soltanto morto un orso. Che volete che sia? Gli orsi e i lupi non vanno più di moda neppure nelle favole. E se proprio qualcuno ne deve restare libero, che se la sbrighino quelli dei “lontani Abruzzi”...

E’ vero: forse Orso Sandrino non è felice. Ma almeno è vivo. E se un ragazzo sale a trovarlo e gli porta una mela, e lo guarda anche soltanto una volta negli occhi grandi e neri, Sandrino sa già, con certezza, che quel ragazzo, divenuto uomo, non avrà mai il coraggio di imbracciare un fucile e sparare senza pietà ad un così immenso simbolo della nostra perduta libertà.

 

g.c.

 

postato da: ilreporter alle ore 01:48 | Link | commenti (13)
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sabato, 17 giugno 2006


La mia amica non ha nessuno che la rimproveri per le scarpe che porta, ha soltanto un fratello che vive in campagna e gira con degli stivali da cacciatore. Lei e io sappiamo quello che succede quando piove, e le gambe sono nude e bagnate e nelle scarpe entra l'acqua, e allora c'è quel piccolo rumore a ogni passo, quella specie di sciacquettio.
La mia amica ha un viso pallido e maschio, e fuma in un bocchino nero. Quando la vidi per la prima volta, seduta a un tavolo, con gli occhiali cerchiati di tartaruga e il suo viso misterioso e sdegnoso, col bocchino nero fra i denti, pensai che pareva un generale cinese...
Noi ci conosciamo soltanto da pochi mesi, ma è come se fossero tanti anni. La mia amica non ha figli, io invece ho dei figli e per lei questo è strano. Non li ha mai veduti, se non in fotografia, perché stanno in provincia con mia madre, e anche questo fra noi è stranissimo, che lei non abbia mai veduto i miei figli. In un certo senso lei non ha problemi, può cedere alla tentazione di buttar la vita ai cani, io invece non posso...
Qualche volta noi combiniamo dei matrimoni fra i miei figli e i figli di suo fratello, quello che gira per la campagna con gli stivali da cacciatore. Discorriamo così fino a notte alta, e beviamo del tè nero e amaro. Abbiamo un materasso e un letto, e ogni sera facciamo a pari e dispari chi di noi due deve dormire nel letto.


                                                                             Natalia Ginzburg
                                                                       (da Le piccole Virtù - Einaudi)


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